di Giuseppe Longo

“Douglas Attems? Per me è stato un autentico maestro di vita!”.
Cosa potrebbe dire di più, e meglio, Claudio Fabbro nel tracciare un grato ricordo del Conte – la maiuscola è del tutto dovuta – che fece grande il piccolo Collio.
E l’agronomo-enologo, conoscitore come pochi, anzi enciclopedia vivente, del Vigneto Fvg, lo fa oggi a conclusione di una settimana speciale di promozione, con Enjoy Collio Experience, che si colloca in un momento altrettanto speciale: i 50 anni della Doc, la prima a nascere in Friuli-Venezia Giulia grazie alla tenacia e alla lungimiranza proprio di Douglas Attems.

Il Conte Attems si spense nell’ottore 2002 e il dottor Fabbro, per mettere a fuoco lo spessore del personaggio del quale sul Collio ancora si avverte la mancanza, prende in prestito le parole che in
quella circostanza pronunciò l’allora presidente del Consorzio Doc, Marco Felluga, che riassunse con toni commossi l’opera del nobile imprenditore, “il quale ha dedicato tutta la sua vita all’agricoltura
rivoluzionando, negli anni 60, la vitivinicoltura collinare goriziana.
Fu proprio nel 1964, infatti, che Douglas Attems capì – prima d’altri – il significato della legge istitutiva delle Doc, la 930 del 1963, attivando il primo Consorzio di tutela del Friuli Venezia Giulia e una condotta agronomico-enologica che cambiò un modo vecchio di concepire la vitivinicoltura. Nacquero così quelle aziende che oggi portano alto il nome del territorio, evolutesi in un ricambio generazionale armonico che il conte Attems ha condotto per mano per ben 35 anni quale presidente e, dal 1999, quale presidente onorario apprezzato e ascoltato”.

E ora la parola a Fabbro. “Molto noto in Italia e all’estero, oltre che a Lucinico e nella sua Gorizia, Attems – racconta il tecnico che fu a fianco del Conte nella direzione del Consorzio Collio a Gorizia –
ha lasciato un segno davvero indelebile nel mondo vinicolo regionale.
Nato a Farra d’Isonzo nel 1914, Sigismondo Douglas Attems-Petzenstein si trasferì nel 1921 a Firenze, dove trascorse con la famiglia gli anni della gioventù e dell’università, fino a laurearsi in
Giurisprudenza. Nel 1935 ritornò a Gorizia e più precisamente a Lucinico, dove stabilì il centro operativo della sua attività e la sede dell’azienda agricola ed annesse cantine.
In quegli anni si dedicò alla riorganizzazione dell’azienda di famiglia, introducendo nuove specializzazioni colturali e varietali”.

“I nobili Attems – rievoca ancora Claudio Fabbro – si stabilirono in Friuli nel 1106.
Tra i segni della presenza della loro famiglia a Gorizia il più visibile è palazzo Attems, in piazza De Amicis, oggi sede della Pinacoteca provinciale.
La storia del Friuli e della Contea di Gorizia ha sempre visto qualche esponente del casato insignito di cariche religiose (come il primo arcivescovo di Gorizia, Carlo Michele d’Attems), civili o economiche.
Negli anni Douglas Attems ha ricoperto numerosi incarichi, tra cui quello di presidente dell’Unione
agricoltori giuliani di Gorizia dal 1950 al 1990, presidente del Consorzio agrario provinciale dal 1949 al 1953, consigliere comunale di Gorizia per quattro anni, presidente della Federazione regionale
agricoltori per otto anni, probiviro della Confagricoltura, presidente del Comitato vitivinicolo della Federazione regionale degli agricoltori, consigliere del comitato vitivinicolo della Confagricoltura, consigliere della Banca d’Italia di Gorizia dal 1958 al 1990”.
“Ma il suo nome – sottolinea Fabbro – resterà nella storia del vino per la creazione, da lui voluta assieme ad un gruppo di produttori illuminati, del Consorzio tutela vini del Collio, di cui fu il primo
presidente mantenendo la carica per oltre trent’anni, esattamente dal 1964 al 1999, per divenirne in seguito – come dicevamo – presidente onorario. Affidò all’enologo Gaspare Buscemi la prima condotta
enologica, alla compianta segretaria Lucia Coret Bertos l’amministrazione e al dottor Ennio Nussi, pure scomparso, la consulenza organizzativa.
Nel 1973 – prosegue l’agronomo – presi il posto di consulente prima e poi di direttore del Consorzio,dal 1974 al 1979, e fu una stagione indimenticabile, vissuta quale collaboratore di un grande uomo che – assieme all’omologo ingegner Sergio Cosolo del Consorzio vini Doc Isonzo, compartecipante all’esperienza originaria – mi insegnò a condurre un’Associazione sotto il profilo umano e
professionale”.

“Nel 1975 il presidente Attems – spiega ancora il dottor Fabbro – aveva richiesto e ottenuto – primo in regione – l’incarico alla vigilanza, contribuendo a rinsaldare l’immagine del territorio con tale ulteriore competenza. In tempi recenti, con l’obiettivo di rilanciare la Tenuta e allargare i mercati dell’azienda di famiglia, Douglas Attems aveva siglato una partnership con i Marchesi de Frescobaldi, una delle grandi dinastie del vino, che aveva frequentato durante la sua permanenza giovanile a Firenze.
Dell’azienda agricola era stato nominato presidente onorario.
La sua grande testimonianza è oggi ripresa dalla figlia Virginia, già da tempo responsabile delle
relazioni pubbliche dell’azienda di famiglia”.

Ma ecco alcune parole sulla Doc Collio, la “creatura” del Conte Attems. “Una pietra miliare della viticoltura del Collio – spiega al riguardo il dottor Fabbro – è rappresentata dal decreto del Presidente della Repubblica del 24 maggio 1968 con cui, tra i primi in Italia, a questi vini veniva riconosciuta la denominazione di origine controllata.
Con questo atto venivano inoltre sancite le norme relative alla produzione ed al commercio, contenute in un severo disciplinare proposto dallo stesso Consorzio per la tutela dei vini Collio, costituito già nel 1964 tra i più lungimiranti viticoltori per iniziativa proprio del conte Attems”.

Fabbro scende poi nei dettagli tecnici. “Fu delimitata la zona di produzione – spiega – che si estende su tutto o parte dei territori di otto Comuni: Gorizia, Capriva del Friuli, Cormòns, Dolegna del Collio, Farra d’Isonzo, Mossa, San Lorenzo Isontino e San Floriano del Collio.
Tra le condizioni sancite dal disciplinare assume particolare rilievo la limitazione ai soli vigneti di collina della facoltà di accedere alla denominazione “Collio”.
Non è superfluo ricordare che all’interno del territorio del Collio (dallo Judrio all’Isonzo, dal confine con la Slovenia (colline della Goriska Brda) alla ferrovia che va da Gorizia a Udine, su 6 mila ettari complessivi, oltre ai circa 1.400 ettari vitati posti in più o meno ripida pendenza, ci sono circa 800 ettari di fondovalle e pianura bonificata: il Preval.
La fermezza del Consorzio ha pertanto evitato uno scivolamento della viticoltura verso
tale area, senz’altro facilmente lavorabile e “meccanizzabile”, con maggiori margini di guadagno e minori sacrifici. Però anche minor qualità, ovviamente”.

Ma torniamo al disciplinare del 1968. “Fotografò – riprende l’ex direttore del Consorzio di tutela – una situazione in cui dominavano già i vini bianchi, in particolare Tocai friulano e in misura
nettamente inferiore Malvasia istriana e Ribolla gialla.
Non deve sorprendere se quest’ultima non fosse prevista in purezza (la Malvasia e il Tocai lo erano) ma la troviamo nell’uvaggio “Collio bianco” assieme ai due precedenti, in percentuali variabili dal 45 al 55 %.
Negli anni successivi, con modifica del disciplinare, sarà elevata a Doc la Ribolla gialla, ma in versione “ferma” (peraltro tipologia prevalente anche oggi, non ammettendo il disciplinare la sua versione spumante che tuttavia ritroviamo nella Doc allargata regionale
“Friuli” o “Friuli Venezia Giulia”)”.

Vediamo ora in sintesi le caratteristiche dei vini Doc attualmente riconosciuti. “I vini devono essere ottenuti in purezza assoluta – spiega il dottor Fabbro – da uve di altissimo pregio la cui produzione
ad ettaro, rigorosamente limitata, viene tuttavia raramente raggiunta, dato che i viticoltori del Collio in ogni caso tendono a privilegiare la qualità.
Con il successivo decreto del Presidente della Repubblica del 3 novembre 1989, su richiesta dello stesso Consorzio Collio, vennero apportate alcune modifiche al disciplinare di produzione.
Fu così ampliata l’originaria gamma di undici vini riconosciuti a Doc con l’ammissione di altre pregiate varietà da tempo coltivate nella zona con eccellenti risultati.
Vennero, inoltre, acquisite alcune norme atte a rendere più efficaci i controlli e a meglio orientare la produzione al raggiungimento dei massimi livelli qualitativi”.

Eccoli dunque.

I vini bianchi Doc: Collio da uve bianche (uvaggio di pregiate varietà bianche, ottenuto dalle tradizionali Ribolla gialla, Tocai friulano e Malvasia istriana cui si possono unire in piccola
quantità le altre coltivate, non aromatiche, in Collio), Chardonnay, Malvasia istriana, Muller Thurgau, Picolit, Pinot bianco, Pinot grigio, Ribolla gialla, Riesling italico, Riesling renano, Sauvignon,
Tocai friulano.

I vini rossi Doc: Collio da uve rosse (uvaggio tra Cabernet franc, Cabernet sauvignon e Merlot, ai quali possono unirsi altre varietà da vini rossi). Cabernet, Cabernet franc, Cabernet sauvignon, Merlot, Pinot nero.

Dopo questo doveroso elenco, il dottor Fabbro riprende il discorso Doc traendone pure le conclusioni. “In questi ultimi 10-15 anni – spiega l’agronomo-enologo isontino – molte cose sono cambiate rispetto alla situazione del 1968.
Tocai friulano, Pinot bianco, i Riesling, le varietà aromatiche, il Merlot e anche il Cabernet franc hanno registrato un trend negativo, imperversando per contro il Pinot grigio e in misura minore Chardonnay e Sauvignon.
La Ribolla gialla (piacciono molto il suo nome e la discreta neutralità) va alla grande, tirando – nota altamente positiva – la volata alla Malvasia istriana (certo che i vecchi vignaioli del Collio storico pensavano più alla vocazione che alle mode!)” .

E fra i rossi?
“Ricompare – aggiunge Fabbro – il Pinot nero, vitigno non facile da interpretare e spesso protagonista in qualche bollicina “classica” assieme a Chardonnay e alla “badante “ Ribolla , anziché in grande rosso “Scuola Borgogna”.
Lo stesso Cabernet sauvignon non è di facile gestione agronomica e il meraviglioso Merlot, tanto caro ai nonni, non è di moda.
Ecco giustificato il motivo per cui la Doc Collio prevede oltre l’85% di vino bianco!”.

Infine, pensare alla Docg, è possibile?
“C’è da fare – conclude Claudio Fabbro – una riflessione su questo passaggio epocale, voluto da molti (ma non da tutti).
Difficile che l’intera base ampelografica Doc possa passare a “garantita” conoscendo i tempi biblici delle modifiche dei disciplinari.
Forse potrebbe conoscere un’opportuna accelerazione puntando su due sole tipologie: Collio Bianco (uvaggio, come nel 1968) e Ribolla gialla (in purezza).
Sarebbe già un bel traguardo”. Da raggiungere, aggiungiamo noi, proprio nel ricordo di Douglas Attems, al quale il Collio deve imperitura riconoscenza.

in copertina: Il Conte Attems

a seguire:  Il Conte Attems con il dottor Pascolini, direttore regionale dell’Agricoltura, e il dottor Fabbro al Consorzio Collio. (Fotoarchivio Claudio Fabbro)

Due momenti della visita del dottor Pascolini, presenti il presidente Attems,  il direttore Fabbro e altri tecnici.(Fotoarchivio Claudio Fabbro)

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