di Giuseppe Longo

Tredici giugno, Sant’Antonio da Padova che, in Friuli, è celebrato con particolare solennità soprattutto a Gemona.
Ma la ricorrenza religiosa, legata al grande taumaturgo nato a Lisbona, in Portogallo, s’intreccia come diverse altre con i ritmi dei lavori nei campi e in montagna, come dire che in coincidenza con tale festa corrispondeva, e in certi casi ancora corrisponde, una operazione colturale o di allevamento e con talaltra una seconda, legata o conseguente alla prima, anche perché questo affidarsi al divino con fede spontanea e genuina infondeva fiducia contro le avversità atmosferiche sempre in agguato (chi ricorda le litanie delle rogazioni di primavera:
A fulgure et tempestate libera nos Domine“?) e implorava la salute del corpo indispensabile per avere la forza necessaria per affrontare le quotidiane fatiche.
E’ il caso della vita delle malghe che punteggiano, pur molto ridotte nel numero, l’intero arco alpino creando un fenomeno di produzione sociale ancora di grande interesse e che merita d’essere preservato.
E’ antica tradizione, infatti, che proprio a San’Antonio si carichino” le malghe facendovi arrivare attraverso la transumanza i bovini, ma eventualmente anche pecore e capre, che durante la stagione fredda hanno soggiornato nelle stalle di fondovalle o addirittura nella bassa pianura friulana, come avviene per la Fattoria Gortani di Mereto di Capitolo, alle porte della fortezza di Palmanova, che proprio sabato scorso ha portato in quota, esattamente a Malga Pozof sul monte Zoncolan, in Comune di Ovaro, i propri armenti dando vita nel contempo anche a una bellissima festa con la regia di Slow Food Friuli Venezia Giulia, denominata, con un guizzo di modernità, Transumanza Day.
D’inverno, infatti, in montagna tutto si blocca non solo per le temperature per diversi mesi molti gradi sotto lo zero, ma anche per la neve che copre ogni cosa con un manto molto spesso e che cresce a ogni precipitazione. Ed è quello che è avvenuto lo scorso inverno, molto generoso – per la gioia di chi organizza e pratica gli sport sugli sci – se raffrontato con quello precedente.

Così, quando anche le ultime chiazze bianche si sono sciolte per lasciare spazio a una natura prorompente che da lì a pochi giorni lascia ammirare colori e captare profumi inimmaginabili – perché appunto la vita in alta montagna è breve, per cui tutto deve essere accelerato e concentrato in poco tempo -, si rianimano anche le malghe, il cui cuore pulserà fino agli inizi di settembre, quando esattamente l’8 ricorrenza della Natività della Madonna pure venerata
in tanti paesi del Friuli – e qui lasciatemi ricordare la mia Nimis – si darà il via alla operazione inversa, la demonticazione, cioè il ritorno a valle.
Mi torna in mente il verso dannunziano: “Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare”: fotografa molto bene, in pochissime parole, la fine dei lavori sull’alpe e il suo abbandono perché di lì a poco sarà preda dei freddi più intensi, interrompendo qualsiasi attività umana.

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Dicevamo che le malghe in Friuli sono molto meno rispetto a una volta.
Pensate: cento anni fa, cioè all’epoca della Grande Guerra, ce n’erano ben 350, tra piccole e grandi.
Nel tempo si sono via via ridotte, calando addirittura di sette volte, tanto che oggi sono appena una cinquantina. Anche se va detto che a questo numero basso non sempre si è giunti per estinzione, ma anche per l’accorpamento di due o più realtà di modeste dimensioni e che non rispondevano più ai criteri di economicità che oggi pure la vita in alta montagna deve soddisfare.

La massima concentrazione degli insediamenti rimasti si trova sui monti della Carnia e in particolare in quell’ampio contesto che fa capo al citato Zoncolan e al Paularese. Ma ecco il dettaglio secondo i dati elaborati dall’Ersa, l’Agenzia regionale per lo sviluppo agricolo.

Alta Val Degano: 5 malghe (Col Mezzodì Bassa, Tuglia, Casa Vecchia, Fleons di Sotto, Moraretto);

Alta Valle del But: 4 (Pramosio, Lavareit, Zoufplan Bassa, Collinetta di Sotto);

Val Chiarsò (Canale d’Incaroio): 9 (Valdaier, Zermula, Pizzzul, Ramaz, Lodin Alta, Valbertat Alta, Cordin Grande, Cason di Lanza, Valmedan);

Conca di Pontebba: 2 (Rio Secco, Tratten);

Alpi Giulie: 4 (Lussari, Montasio, Plan dai Spadovai, Coot);

Malghe della Dorsale Sauris – Val Pesarina – Ovaro: 11 (Gerona, Pieltinis, Vinadia Grande, Malins, Ielma di Sopra, Ielma di Sotto, San Giacomo, Losa, Valuta, Monterù, Navas);

Alta Val Tagliamento: 2 (Pura, Varmost);

Dorsale Zoncolan – Arvenis – Dauda: 5 (Pozof-Marmoreana, Meleit, Corce, Agareit, Chias di Sotto);

Prealpi Carniche e Giulie: 3 (Monte Cuar, Cuarnan, Confin);

Provincia di Pordenone: 7 (Fossa di Sarone, Fossa de Bena, Costa Cervera, Pian Mazzega, Pian Pagnon, Cercenedo, Ferera).

Per l’esattezza, dunque, 52 malghe dove da oggi riprende la vita con la produzione di splendidi formaggi, ricotte affumicate e burro dal gusto inconfondibile.

Va detto, infatti, che le erbe di montagna cresciute e fiorite appena le nevi si sono ritirate regalano in ogni malga profumi e sapori diversi. Perché ognuna ha un suo microclima particolare che unito alla maestria del malghese-casaro regala prodotti davvero unici e inimitabili. Formaggi che fanno la gioia di tutti coloro, e sono sempre più numerosi, che vi salgono perché attratti da un mondo duro e difficile, di rinunce, per chi ci abita e lavora, ma davvero pieno di fascino per chi, facendo un’altra attività, lo scopre come turista tra le cose semplici della natura a contatto con l’uomo che vive in sua simbiosi.
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Al riguardo, ricordiamo che molte malghe friulane sono state ristrutturate e restaurate, divenendo interessanti e accoglienti poli di attrazione agrituristica in un ambiente, quello della montagna più in quota, che non ha uguali in tutta la regione. E peraltro alla portata di tutti. Dopo poche decine di chilometri dalla città o comunque dai paesi della pianura, le malghe sono infatti facilmente raggiungibili e sono lassù pronte a riceverci e farci assaporare quanto di bello e di buono soltanto la montagna sa offrire. A contatto con un ambiente incontaminato, ma anche con una storia remota che si perde all’epoca del Patriarcato di Aquileia (in pieno Medioevo) che aveva giurisdizione anche su queste terre alte prima dell’arrivo della Serenissima Repubblica di Venezia. E con tradizioni che esprimono saperi antichi tramandati per tante generazioni da padre in figlio e custodite ancora gelosamente da coloro che sono i continuatori di questa benemerita attività montanara, che però deve anch’essa fare i conti con l’incalzare del nuovo, con esigenze e ritmi di vita che non hanno nulla a che fare con i ritmi lenti e silenziosi della montagna. C’è proprio da augurarsi che tutto questo possa essere salvato e tramandato, attraverso l’innesto di giovani energie in questa attività faticosa, lontana dal mondo frenetico che corre sempre più, ma che sa regalare emozioni uniche e irripetibili altrove.

E che proprio per questo va difeso!
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in copertina: Il malgaro carnico Renato Gortani che con la sua famiglia gestisce Malga Pozof posta a quota 1583 sul Monte Zoncolan.

Vi consigliamo di leggere anche :

“Renato, l’uomo di malga che guarda in alto, all’azzurro del cielo”,

l’ottimo e interessante reportage della giornalista veneta Silvia Zanardi per il BLOG storiedichi.com,

Nelle altre immagini, alcuni aspetti della vita a malga Pozof, sul monte Zoncolan:
(Fotoarchivio Fattoria Gortani) … ed altre malghe del FVG

 

 

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