di Giuseppe Longo

Finalmente, dopo un 2017 tutto da dimenticare, l’ “Antighe Sagre des Campanelis” quest’anno aveva tutti i numeri per concludersi alla grande, perché soprattutto le ultime due giornate, le più importanti, sono state splendide.
E in effetti per il bilancio della festa popolare è proprio così.  Ma, nella tarda serata di domenica, un velo di tristezza è improvvisamente calato sulla sua  502° edizione:  dal santuario di Madonna delle Pianelle si è visto uscire del fumo perché stava andando a fuoco la settecentesca pala dell’altare laterale di San Valentino. Con molta probabilità – come avevano riferito ieri già le prime cronache online – le fiamme sono state innescate dai tanti lumini e candele (belli e suggestivi, ma pericolosi) accesi in segno devozione alla Vergine e allo stesso Patrono degli innamorati, perché in mattinata c’era stata la tradizionale messa dedicata alle tantissime coppie che si sono unite in matrimonio nella chiesa mariana.
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Il lato sud del santuario con la nicchia dove c’era la pala; sotto, cosa resta del riquadro-cornice.

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La notizia ieri si è diffusa rapidamente e credo sia stata appresa da tutti con dispiacere, non solo a Nimis ma anche nei paesi delle valli del Cornappo, del Rojale e del Torre, oltre che nella stessa città di Udine dove la “Sagre des Campanelis” è conosciuta e amata da sempre. Appena sabato scorso, in un articolo a carattere storico, ricordavo le corse speciali del “tram bianco” organizzate proprio in vista della festa delle Pianelle.

Dispiace a tutti insomma che il finale dell’Ottavario e dei festeggiamenti, tutti bene riusciti, abbia avuto un esito così amaro e che poteva essere ben più grave se le fiamme anziché svilupparsi prima di mezzanotte, quando sul prato c’era ancora gente per le ultime ore della sagra – oltre ovviamente ai volontari della Pro loco prontamente intervenuti -, si fossero originate intorno alle tre o quattro del mattino, quando non ci sarebbe stato più nessuno.  Ed è meglio non pensare a quali sarebbero state le conseguenze dell’incendio su una chiesa in aperta campagna, dove non c’è anima viva per poter chiamare i soccorsi.  Sarà un caso, certamente.  Ma perché non parlare anche di miracolo?    Dopotutto è la Casa di Maria…

Ecco la pala dei Santi Valentino, Osvaldo e Niccolò (1786) come appariva poche ore prima dell’incendio.

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Insomma, quello che non erano riusciti a distruggere i bombardamenti dell’ultima guerra, che squarciarono il santuario, e che era stato risparmiato pure dal terremoto di 42 anni fa, le fiamme l’hanno divorato in pochi minuti. Tanto che l’opera è andata irrimediabilmente distrutta.   Così, un nuovo vuoto sarà purtroppo avvertito da chi tornerà in questa bella chiesa e che si aggiunge al grandioso soffitto che il pittore compaesano Giacomo Monai, del quale quest’anno ricorre il quarantennale della morte, aveva realizzato negli anni Trenta raffigurando la Natività della Madonna, la ricorrenza religiosa che si celebra appunto l’8 settembre e alla quale è dedicato il santuario. Ma questo bellissimo affresco fu sbriciolato proprio dal sisma, lasciando soltanto minuscoli frammenti: un evento naturale e ineluttabile. Ora invece il grave danno è stato causato dal fuoco, per l’origine del quale prime imputate sono, come detto, le fiammelle votive.

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I lumini sull’altare di San Valentino (anche nella foto sotto) e altre candele accese nel santuario. Le foto sono state scattate da Pietro Nocera nel tardo pomeriggio di domenica.

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Per concludere due note storiche, attinte dal libro che don Pietro Bertolla junior pubblicò nel 1967 in occasione dei 500 anni della chiesa – nel 2017, come si ricorderà, era stato solennemente festeggiato il 550° anniversario -, quando il cardinale Ildebrando Antoniutti incoronò la statua della Madonna: un privilegio concesso soltanto ai santuari più importanti. L’opera andata a fuoco è una grande tela a olio – come documenta la foto provvidenzialmente scattata da chi scrive poche ore prima dell’incendio – dipinta nel 1786 da Giulio Antonio Manin e raffigura appunto San Valentino con i Santi Osvaldo e Niccolò.

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L’altare di San Valentino in una vecchia immagine dei famosi fotografi Brisighelli di Udine. Nelle foto sotto, la lapide che ricorda i bombardamenti del 1944 e la statua della Madonna.

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Fungeva da pala per l’altare laterale sud, realizzato da Giacomo Pischiutti tra il 1783 e il 1784. L’altare, salvo minimi dettagli, è gemello di quello della nicchia settentrionale (dello stesso autore), che ospita invece un affresco giovanile di Tita Gori (1889), l’artista di Nimis che ci ha lasciato belle opere anche nell’antica pieve dei Santi Gervasio e Protasio (abitava proprio di fronte), mentre il meraviglioso ciclo affrescato della comparrocchiale di Santo Stefano, in Centa, è andato completamente perduto nella demolizione post-sismica. La tela distrutta dal fuoco è una delle opere più antiche dopo la statua policroma, in pietra d’Aurisina, dell’altare maggiore che raffigura la Vergine Maria con in braccio il Bambino Gesù che, secondo ancora monsignor Bertolla, potrebbe risalire addirittura al XIV secolo, anche se di incerta provenienza. Un motivo in più perché ci dispiaccia di aver perduto questo San Valentino. Ma comunque consoliamoci: poteva anche andare peggio!

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in copertina  la pala dei Santi Valentino, Osvaldo e Niccolò (1786) come appariva poche ore prima dell’incendio.

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