di Giuseppe Longo

Se nel Santuario di Madonna delle Pianelle, a Nimis, c’è l’opera giovanile per eccellenza – una dolcissima descrizione della “Sacra Famiglia” -, è nella parrocchiale di Monteprato che Tita Gori ha lasciato la sua impronta più consistente di artista poco più che ventenne, al ritorno dagli studi compiuti all’Accademia di belle arti a Venezia. Il pittore, nato a San Gervasio un secolo e mezzo fa, realizzò infatti nel 1894 il ciclo che abbellisce la Chiesa di San Giorgio, nella piccola frazione adagiata sul monte Plaiul.
«L’affresco del catino absidale – scrive Licio Damiani nel libro “Tita Gori e i Giardini del Paradiso” stampato dal Comune di Nimis nel 1993, mentre l’attuale amministrazione ha messo a punto, come è noto, il progetto “Tita Gori 150” – rappresenta l’“Esaltazione della Croce”. Al centro della composizione si innalza il nudo legno della Croce, sostenuto da una fanciulla biancovestita, la Fede. Ai lati le altre due Virtù Teologali: la Speranza, avvolta da un manto verdeazzurro che le lascia nudi la spalla e un braccio, e la Carità, in veste rosa. Le tre figure femminili, sciolte in ritmi musicali, riprendono nelle tipologie e nel ritmo compositivo un fluire di linee liberty, richiamandosi, d’altra parte, a misticheggianti allegorie preraffaellite. Un fremere di angeli e di santi si dispone a semicerchio intorno al motivo centrale, in un gonfiarsi sontuoso di nubi. L’affresco si offre come una splendida corolla screziata. Nei pennacchi del cupolino sono dipinti i quattro Evangelisti. Rispetto alla luminosità dell’affresco absidale, appaiono risolti con vigorosi accenni chiaroscurali, chiamati a rendere con vigore plastico l’icasticità ritrattistica dei volti».

“Esaltazione della Croce”


E veniamo alla volta dell’edificio sacro, dove si ammira l’opera principale del Gori ventiquattrenne. «Sul soffitto della navata centrale – ci informa al riguardo il critico udinese -, incastonato entro una cornice a stucco, si dispiega l’affresco dell’“Ascensione” orchestrato in partiture di affascinante visionarietà. In alto, tra nubi arancione, si affacciano il Padre e lo Spirito Santo in forma di colomba. Con scelta originale, di taglio ellittico, il pittore non ha raffigurato il Cristo, rappresentandolo emblematicamente, invece, con una stella in rilievo, che fa da “applique” al lampadario. Al centro della composizione, fra quinte di nubi grigio-cenere, si apre un abbagliante slargo luminoso che assolve a una funzione di sfondamento prospettico. Lo slancio ascensionale di un Gesù invisibile viene suggerito nel dipinto da una sequenza verticale di cherubini che spargono fiori, mentre altri putti angelici frullano tra le nubi. Un angelo monumentale come una Nike ellenica dispiega, a metà dell’affresco, le forti ali, turbinoso nella veste rosa e nel manto verdeazzurro. Scorci di corpi, svettare di drappeggi, in positure concepite con ardito virtuosismo completano la parte inferiore. La lezione tiepolesca traspare dall’empito fantastico con cui Gori ha risolto il tema affidatogli, anche se “modernizzata” da una volontà di estrosa stilizzazione».

“Ascensione”


Ma opere di Tita Gori sono conservate anche in un’altra frazione di Nimis, a Cergneu. Queste, però, non appartengono più alla sfera giovanile, bensì alla piena maturità dell’artista, 57 anni, correndo l’anno 1927. Così, nella parrocchiale di San Giacomo ricostruita dopo il terremoto di 44 anni fa, si può ammirare la espressiva pala del “Battesimo di Cristo”. «Su una riva sabbiosa, accennata con pochi tocchi di grigi, si impostano, ritte – scrive Licio Damiani -, le figure intere di Gesù, avvolto da una tunica bianca fittamente panneggiata, e del Battista, coperto da una pelle di pecora e da un mantello rosso. Dal contrasto netto dei colori, chiamati a definire con smagliante immediatezza le figure, emanano la forza e la suggestione di un evento misterioso nella sua semplice evidenza. Ma avverti, anche, la nuda schiettezza della messa in scena per una platea desiderosa di essere posta a contatto con una rappresentazione degli eventi narrati dai Vangeli spoglia di orpelli, affidata alla schietta espressività dei gesti, disegnata in taciti stupori”».
E a Cergneu ci sono altre due belle opere, esattamente nella Chiesa della Santissima Trinità della borgata montana di Pecolle. Si tratta delle tele della “Vergine” e del “Cristo benedicente il calice”. «La Madonna – annota l’autore del libro dedicato a Tita Gori in occasione del 50° anniversario della morte, avvenuta nel 1941 – si ispira a un nobile ritratto di popolana (par quasi di avvertire l’eco di certe Madonne dello spagnolo Murillo) di una bellezza severa e dolce insieme. I fremiti del manto azzurro-violetto esprimono, dietro alla compostezza del volto, una fremente intensità psicologica. L’aureola stellata, cui corrisponde in basso, a chiudere la mezza figura, una falce di luna, trasfigura, in una dimensione votiva, la corporeità dell’immagine. Gori, operando all’interno di una tradizione figurativa al limite dell’oleografia, la forza e la stravolge, innovandola in un clima di recuperata innocenza, di genunità poetica”. E ancora: “Il Cristo introduce una tipologia che ritornerà frequentemente negli episodi evangelici dipinti su tela dall’artista di Nimis. Un volto giovanile reso quasi femmineo dalla tensione ascetica, in cui avverti un’acutezza di tratti colti dal vivo e risolti con veristica precisione. Eppure questa immediatezza realistica si fa come inafferrabile, rappresentazione diretta, e tuttavia proiettata in insondabili lontananze, di un evento che trascende l’umanità quotidiana e che può essere colto soltanto nel momento della sua rappresentazione, ricorrendo ancora una volta a riconoscibili moduli devozionali».
(5 – continua)

“Cristo benedicente il calice”

“Vergine”

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In copertina, la pala con il “Battesimo di Cristo” nella Chiesa di Cergneu.

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