di Giuseppe Longo

Questione Ribolla, c’è necessità di fare presto perché i tempi stanno per scadere se vogliamo avere già quest’anno il riconoscimento esclusivo da parte degli Organi competenti. Lo sottolinea Rodolfo Rizzi, presidente di Assoenologi Fvg, con il quale abbiamo fatto un’ampia disamina del problema, attualmente in una rischiosa fase di stallo, oltre a una rapida ricognizione sulla “salute” del settore vitivinicolo. E le osservazioni del tecnico invitano alla riflessione, oltre a fornire interessanti spunti per un dibattito a 360 gradi sul Vigneto Fvg.

Alcuni bei grappoli di Ribolla gialla.

– Tutela della Ribolla gialla: presidente, dall’osservatorio Assoenologi vede vicino un accordo? Il nuovo “tavolo verde”, però, non è stato ancora convocato…

“A mio avviso, l’accordo doveva già essere cosa fatta ma, purtroppo, ancora una volta il settore vitivinicolo non riesce a concretizzare velocemente un probabile problema, riferito alla tutela del nome Ribolla gialla, ma si disperde inutilmente in rivoli e meandri che, commercialmente, stanno solo creando danni d’immagine e di posizionamento del prodotto”.

– Comunque, c’è la necessità di fare presto al fine di ottenere per la prossima vendemmia il riconoscimento del nome esclusivo per il Friuli Venezia Giulia. Non le pare?

“Certamente, la vendemmia è oramai alle porte (mancano sei mesi) e, conoscendo i tempi della burocrazia nazionale, il tempo è veramente limitato se si vuole ‘blindare’ in maniera definitiva il nome del vino Ribolla gialla. Dobbiamo, però, tenere in massima considerazione che, sia il cambio del nome del vitigno (da Ribolla gialla a sinonimo) che la modifica del disciplinare (in questo caso della Dop Friuli o Friuli Venezia Giulia), deve andare avanti di pari passo altrimenti rischiamo che il vino, prodotto nella prossima vendemmia, assuma solamente il nome del vitigno con un grave danno economico”.

– Sulla trattativa potrebbe influire l’inchiesta che ha appena investito una cooperativa della Destra Tagliamento?

“Assolutamente no”.

– Questione rese per ettaro: quale potrebbe essere secondo voi, tecnici della vite e del vino, il punto di equilibrio?

“Parlare oggi, di rese per ettaro (come riportato nei disciplinari di produzione), senza indicare il numero di piante (sempre per ettaro) è fortemente riduttivo. Inoltre, la produzione per ettaro è legata a diversi fattori quali il vitigno, il terreno, il clima, le pratiche agronomiche e la possibilità o meno di irrigare. Solo per citare i più importanti. Quindi, paradossalmente, per un’enologia di qualità, i disciplinari così come sono concepiti sono ampiamente superati in quanto, la qualità percepita dal cliente, va ben oltre lo scoglio delle sole rese per ettaro. Ricordo, a tal proposito, che il cliente al ristorante o in enoteca, degusta un vino e lo apprezza o meno, senza conoscere minimamente l’esistenza del disciplinare di produzione, ma è consapevole che ogni produttore si impegna al massimo per avere il massimo risultato qualitativo”.

– Ma credo riemerga sempre l’eterno dualismo pianura-collina…

“Sicuramente parliamo di due realtà produttive diverse. La collina, oltre alle tante difficoltà produttive (terreni impervi), in questi ultimi anni soffre moltissimo i cambiamenti climatici e la conseguente carenza d’acqua, indispensabile sia per la produzione, in senso quantitativo (fondamentale per il sostentamento economico dell’azienda), che per il mantenimento ottimale della vite. Infatti, si sta rilevando sempre più un fattore determinante per l’intero ciclo produttivo. Per questo motivo, a mio avviso, gli investimenti nel prossimo futuro, dovranno concentrarsi esclusivamente sugli impianti di irrigazione al fine di bilanciare quel gap che oggi penalizza le aziende collinari. La pianura, diversamente, ne risente meno in quanto fornita da impianti irrigui all’avanguardia. Se poi dobbiamo parlare di qualità produttiva, tra pianura e collina, penso che sia superfluo. Infatti, basta vedere i molti brand aziendali, collocati nelle pianure friulane, che non hanno nulla da invidiare, sotto l’aspetto qualitativo, ai loro colleghi di collina. Questa rivalità, fortunatamente, è rimasta ancorata solo su pochi che pretendono di amplificarla, con scarso successo, verso il consumatore”.

– Nome alternativo per il resto d’Italia: mi pare un problema difficile, quanto quello delle rese. O no?

“Io penso che non ci sia nessun pericolo che altre regioni abbiano tempo e voglia di utilizzare il sinonimo del vitigno ‘Ribuele’ o ‘Rebula’ (riportati nel Registro nazionale delle varietà di vite) per inventarsi un nuovo vino. Anche perché ogni zona enologica italiana è ricca di un patrimonio viticolo da difendere e promuovere e, oggi, non ci sono né tempo né denaro per promuovere un nome nuovo di un vino che solo noi friulani lo colleghiamo alla Ribolla gialla, ma non certo il consumatore. Quindi, questo è un falso problema”.

– E’ necessario, come sostiene Pinat, rimanere nel recinto dei sinomini già iscritti nel catalogo delle varietà o è possibile derogare?

“Pinat, in qualità di componente della ‘Commissione Vite’ al Ministero ha le idee chiare e, oggi, la strada più sensata e corretta è quella dell’utilizzo del sinonimo, come spiegato ampiamente poc’anzi”.

– Cosa le pare un nome inventato, come “Patriarcato”, che il suo collega Valdesolo sostiene?

“Mi sembra di essere tornato ai tempi, sciagurati, della scelta del nome che doveva sostituire quello di Tocai friulano quando tutti si sentivano portatori di verità. Quindi, lasciamo perdere e concentriamoci sul marketing e sulla promozione della Ribolla gialla”.

– Ma quali sarebbero i reali benefici di questa operazione?

“L’operazione Ribolla gialla è stata gestita, fin da subito, in maniera frettolosa e il passa parola, tra i produttori e non solo, ha favorito il crescere di nuovi impianti. La Ribolla gialla sembrava il nuovo ‘Eldorado’ e quindi, sull’onda del successo mondiale del Prosecco, pareva che tutta la catena (produzione e commercializzazione) fosse solida. Dobbiamo però ricordare che il mercato, nella stragrande maggioranza dei casi, funziona tra domanda e offerta e mai al contrario. Pensare quindi, di immettere sul mercato un’enorme quantità di prodotto, prima di averne consolidato le basi commerciali, è stata una grande imprudenza. Sorrido, quando sui social circolano le solite foto dove si vedono i prezzi della Ribolla gialla imbottigliata venduta al ribasso e correlata dai soliti commenti ‘alieni’ senza conoscere le reali dinamiche del mercato. In ogni caso, il primo passo è la tutela del nome, il secondo è una forte campagna promozionale che serva a tutte le fasce di prezzo perché il consumatore è segmentato dalle sue possibilità economiche. Sarà poi il mercato giudice infallibile del nostro prodotto e non sicuramente i fantasmi di pochi”.

– Ne trarrebbe giovamento più quella spumantizzata, che pare in rapida ascesa, o quella “tranquilla”?

“Oggi, dobbiamo stare accorti perché il mondo delle “bollicine” tende ad essere inflazionato in quanto tutte le regioni italiane propongono un loro spumante di territorio, al pari della Ribolla gialla. A parte il fenomeno Prosecco, che è trasversale e di livello mondiale, la Ribolla gialla spumante occupa principalmente i mercati del Nord Italia, senza avere, in questo momento, quella diffusione importante che molti speravano, altrimenti non si spiegherebbe la stagnazione nelle quotazioni dello sfuso (tolta l’eccessiva produzione dell’annata 2018). Per quanto detto, sarebbe meglio concentrarsi anche su quella tranquilla per evitare di rimanere scoperti nel prossimo futuro”.

– Tornando alla recente inchiesta, mi pare che il “rumore” sollevato si stia già ridimensionando. O è soltanto una mia impressione?

“Non conosco i fatti e quindi, come tutti, apprendo le notizie dalla stampa”.

– Dopo tutto, pare che sia soltanto una questione di “carte” e non di sofisticazioni nocive alla salute. E poi, l’indomani dello scoppio di questo caso, avevo osservato che il Vigneto Fvg è tutt’altra cosa: il settore è sano e dà un’immagine positiva del settore…

“Il settore vitivinicolo, come parte del comparto agroalimentare, è regolamentato da rigide normative (Europee, Nazionali, Regionali e per finire il Disciplinare di produzione) alle quali tutti i produttori si devono attenere affinché il loro prodotto possa venire commercializzato. Purtroppo, e questo è stato più volte ribadito da Assoenologi a livello nazionale, l’eccessiva burocrazia fa lievitare i costi di produzione e molto spesso non è la soluzione per innalzare la qualità. In compenso, la nostra Regione da anni sta lavorando per elevare la qualità dei propri prodotti, cercando in questo modo di vincere la concorrenza del mercato globale”.

– La stessa immagine che era emersa nitidamente anche al vostro Congresso nazionale di Trieste. E che aveva favorevolmente colpito quel numero record di tecnici giunti da tutt’Italia.

“Certamente, il 73° Congresso nazionale di Assoenologi, tornato nella nostra regione dopo 35 anni, è stato un grandissimo successo d’immagine per tutti gli operatori del settore che hanno trovato, nel Friuli Venezia Giulia, e più precisamente a Trieste, una culla dell’enogastronomia di alto livello. Senza dimenticare la grandissima accoglienza che le oltre 800 persone hanno ricevuto da tutti noi”.

– Quindi, sintetizzando, qual è il messaggio che Assoenologi propone al consumatore?

“La qualità di un vino si basa principalmente su tre fattori: un territorio vocato, e a noi non manca, un clima ideale, e qui si va a nozze, e per finire la mano esperta dell’enologo per far notare la differenza”.

Come dire, traducendo le parole di Rodolfo Rizzi: cari consumatori, state tranquilli, in Friuli Venezia Giulia si beve bene!

Vigneti nel Cormonese in questi giorni.

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In copertina, Rodolfo Rizzi all’apertura dell’ Congresso nazionale Assoenologi a Trieste.

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