di Giuseppe Longo

La comunità di Ramandolo ha appena salutato la sua ultracentenaria – Maria Sturma avrebbe compiuto la bellezza di 107 anni in aprile: la più anziana che a memoria si ricordi nel Comune di Nimis – che un altro anziano molto noto se n’è andato. Avanti, come dicono gli alpini. Ieri si è spento infatti a Tarcento, dove era residente da molti anni, Guido Coos, reduce di Russia e attuale presidente onorario della Cooperativa agricola di Ramandolo che aveva contribuito a fondare e che poi ha rappresentato per moltissimi anni. Coos era della classe 1921 – me lo ricordava quasi sempre, quando l’incontravo, perché era coetaneo di mio padre – e il suo cuore non ha retto al dolore per la recente perdita della moglie, alla quale era molto legato. Lascia due figlie. L’addio mercoledì, alle 10.30, nella chiesa arcipretale di San Pietro Apostolo.

Guido Coos è vissuto a lungo, arrivando a sfiorare il secolo, sorretto sempre da un’ottima salute. Evidentemente la vita ha voluto ricompensarlo della durissima esperienza sopportata, assieme a tantissimi altri friulani, in quella sciagurata avventura fra i ghiacci della steppa, ma dalla quale ebbe la fortuna di uscire e di ritornare nel suo Friuli, a Nimis, e soprattutto nel borgo di Ramandolo dove era nato. Un’esperienza che l’ha segnato – e come poteva essere diversamente? –, ma non piegato, tanta era la sua forza d’animo unita a una innata laboriosità e concretezza, a una voglia di fare che l’ha reso attivo e presente fino all’ultimo, fino a quando le forze glielo hanno consentito. E proprio questa grande volontà d’animo, dal ritorno a casa dopo la guerra, l’ha visto impegnarsi, con ruoli-guida, nelle associazioni combattentistiche e appunto dei reduci dalla Campagna di Russia. Dalla famosa Quota Cividale, finalmente conquistata. Ma a che prezzo per le nostre penne nere!

Immagine dei vigneti e l’antica chiesetta di Ramandolo.

Ma oltre a questa immagine, di Guido Coos resta quella del suo amore per il paese natale, al quale era rimasto intimamente legato, nonostante avesse trascorso gran parte della vita appunto nella vicina Tarcento. Il cavalier Coos  – perché aveva avuto questa importante benemerenza del presidente della Repubblica proprio per i sacrifici patiti in guerra – non si era dimenticato delle sue origini contadine e in particolare della vocazione di Ramandolo a produrre vini di grande qualità, tra cui il celebre Verduzzo premiato dalla prima Docg del Friuli Venezia Giulia. E’ stato infatti a lungo presidente della Cooperativa agricola di Ramandolo, l’associazione fra produttori della borgata di Nimis che è proprietaria della famosa osteria frazionale, a fianco della storica chiesetta di San Giovanni Battista, oggi gestita dal coniugi Greco, impegnandosi per l’affermazione di questi vini di grande pregio. Un ruolo anche questo che ha ricoperto fino a quando le forze lo hanno sorretto, cercando sempre di non far mancare il suo apporto e soprattutto i suoi consigli per il bene della piccola Ramandolo.

Guido Coos, poi, amava molto scrivere. E negli anni ha raccolto preziose memorie di vita vissuta e legate soprattuto al suo paese, che mi onorava di poterle leggere in anteprima, tanto da dare alle stampe anche un simpatico volumetto che una decina di anni fa mi invitò a presentarglielo proprio all’Osteria di Ramandolo. E parlava ovviamente di vino, oltre che di usi, costumi, storia e tradizioni della valle di Nimis. «Il vino veniva venduto nelle botti, il produttore le caricava sul carro e le portava all’osteria dell’acquirente. Non esisteva il commercio del vino in bottiglia; solo qualche famiglia si impegnava a prepararne un limitato numero di esemplari», scriveva tra l’altro in “Storie di Ramandolo e dintorni – Usanze, ricordi e fatti passati raccolti da Guido Coos… per non dimenticare!”. Libretto realizzato proprio tramite la Cooperativa agricola di Ramandolo, come dicevo presieduta per molti anni dall’autore.

E la viticoltura era soltanto uno dei tanti argomenti sviluppati da Coos il quale offriva tanti spunti di confronto fra i metodi di coltivazione della vite e di produzione del vino di un tempo rispetto a quelli di oggi, che – come tutti sanno – vedono invece la bottiglia quale elemento irrinunciabile per presentare la qualità dei vini locali che hanno appunto nel Ramandolo Docg il loro “gioiello”.
Ed ecco un passo molto interessante che riguarda proprio l’imbottigliamento, dal quale emerge lo stile invitante di Guido Coos: «Venivano usate bottiglie pesanti di colore scuro. Non facili a trovare. Si andava alla ricerca di quelle vecchie, se erano sporche dentro, acqua e pallini di piombo (quelli usati dai cacciatori), venivano sbattute fino a eliminare tutte le croste. Non esistevano gli spazzolini. Per preparare il vino da imbottigliare venivano raccolti i migliori grappoli che si trovavano nell'”ontane”, la parte superiore della vite, dove partono i tralci. Questi grappoli erano poi messi ad appassire sul… “cjàst” (solaio, ndr), un posto ben arieggiato. Dopo la pigiatura e breve fermentazione del mosto sotto le vinacce, si eseguivano frequenti travasi. Durante il vecchio di luna di agosto, in una giornata serena e senza vento, si imbottigliava». E’ soltanto un breve passo delle memorie lasciateci da Guido Coos, ma che ne dimostrano appieno l’amore per la sua terra, quella faticosa ai piedi della Bernadia, difficile ma affascinante.

Infine, un altro colpo d’occhio sulla suggestiva zona di Ramandolo.

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In copertina, Guido Coos con la moglie, scomparsa poco tempo fa.

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