di Nicola Cossar

Il destino dei guerrieri è scritto in un libro speciale, come le profezie che li precedono. Era scritto che Omero Antonutti, “nomen omen”, il nostro guerriero del cinema e del teatro, avrebbe chiuso gli occhi nella terra che lo aveva generato: quel Friuli che, dopo una lunga vita d’artista in giro per il mondo, negli ultimi anni aveva riabbracciato nelle persone, nelle storie, nei luoghi e nella “marilenghe” dei poeti. Così è stato: si è spento ieri, 5 novembre, all’ospedale di Udine, per l’improvviso aggravarsi di una patologia che lo aveva colpito a tradimento.
Il grande e duraturo ritorno, a 80 anni, avvenne nel 2015, per quella che lui stesso aveva definito una nuova “primavera furlana”, complice l’amico Luca Bonutti, maestro del coro “Natissa” di Aquileia che lo aveva fortemente voluto nel progetto “Strolic”, di cui un nostro altro grande talento, Valter Sivilotti, aveva scritto le musiche sui testi di Pietro Zorutti. Li avevo applauditi più volte (in Castello a Udine e a Spilimbergo, nelle serate finali di Folkest): con Omero e Luca, il coro, la voce angelica di Dorina Leka e un eccellente trio di strumentisti.

Nel corso di un’intervista per il Messaggero Veneto, Antonutti mi confidò: «Devo dire grazie a Luca e alla sua testardaggine se mi sono riavvicinato alla letteratura friulana e a questa meravigliosa lingua del cuore. Ha aperto una nuova stagione per me». E dopo lo “Strolic” (documentato anche da un bellissimo disco), via a Pordenone per recitare nell’omaggio a Pasolini con “Tra la Carne e il Cielo”, musiche di Azio Corghi (ma anche Ravel, Bach e Weber), con l’Orchestra filarmonica di Torino diretta da Tito Ceccherini, il pianista Maurizio Baglini, la violoncellista Silvia Chiesa e il soprano Valentina Coladonato. In quell’occasione, discutemmo di un Pasolini che non amava certo le celebrazioni. Omero era d’accordissimo: «Ce ne sono state fin troppe, ma questa, credimi, è lontana dalle ideologie, dalla politica e dalle sue bandierine. È una cosa seria, libera, bella e profonda. Come lo è stato “I Turcs tal Friúl” messo in scena da De Capitani, quel capolavoro giovanile che amo tantissimo. Ricordo di averlo visto a Roma assieme a un’amica che non capiva il friulano. Eppure, si commosse come me che ne percepivo quasi ogni sfumatura. Magia assoluta! Ma lo sai che Elio venne a propormi di entrare nel progetto e io gli risposi di no? Non pensavo, sbagliando clamorosamente, che il friulano fosse lingua da teatro alto. Invece, fu un trionfo. Da cui rimasi fuori. Quella dei Turcs è stata per me una lezione: mi ha fatto comprendere che la potenza e la passione di una lingua possono diventare universali se sono utilizzate e plasmate da un grande ingegno, come Pier Paolo è stato fin da quei fecondi anni giovanili. Lui ha poi preso strade diverse, ma questa radice linguistica credo non l’abbia mai dimenticata davvero. Anche quando sembrava essersene allontanato fin troppo».

Parlammo del grande ritorno a casa. «Io e mia moglie Graziella stiamo pensando di trasferirci stabilmente qui in Friuli. Roma non mi piace più, ci vivo male. C’è troppa maleducazione in giro, c’è sporcizia, nelle strade e nella politica, ideali morti e ladri sempre vivi». E a proposito della nuova-antica stagione furlana: «La vivo come un uomo sempre fiero di essere friulano e di aver ripreso in mano la mia lingua domestica, che riaccende i ricordi di bambino a Blessano e a Orsaria, i più forti. I suoni, la luce e i profumi delle osterie e delle povere botteghe di paese, il lavoro umile e silenzioso di tanta gente sono ricordi sicuramente migliori di un certo cinema e di una certa televisione che vedo in giro. Però, non rinnego le mie scelte: le ho fatte sempre liberamente, a volte sbagliando e a volte indovinando, sul palcoscenico e sullo schermo, da Comencini e Rossellini a Squarzina e ai fratelli Taviani, da Fellini a Placido, da Ferrara a Marco Tullio Giordana e Spike Lee. Incontri artistici e umani importanti che mi hanno fatto pensare alle radici di cui sono figlio. Il riscoperto Zorutti e il mai dimenticato Pasolini sono mondi lontanissimi tra loro, lo sappiamo tutti, ma nella nostra cultura non c’è per forza bisogno di scontri e classifiche, c’è spazio per entrambi, per Siôr Pieri e per Pier Paolo, pur con tempi, profondità e ordini di grandezza molto diversi. Come diverso è il Friuli di oggi. Ma mi interessava e mi interessa la lingua friulana che canta nei cuori di ognuno: non è andata smarrita. La mia nuova e bella primavera».

Ricordo molto bene il nostro primo incontro, nel suo splendido rifugio di Muggia. Davanti a noi Trieste e il suo mare d’estate, all’orizzonte, quasi una fata Morgana con il sole già verso il tramonto, eccole lì le montagne che, come una madre, proteggono il nostro Friuli. Un Friuli che Omero ha ripreso ad amare con straordinaria intensità. Chiacchieriamo di tutto, del suo percorso artistico, fra teatro, cinema e televisione: «Quest’ultima  – disse con la solita schiettezza – mi piace di meno, perché lì non sanno recitare!». Partendo dai Taviani e da Squarzina fino a Fellini, a Rossellini e a Marco Tullio Giordana, scorre un intenso fiume di ricordi, una vita intera. Poi, con Luca Bonutti sempre paziente al mio fianco, appena nominiamo Zorutti il discorso cambia. E anche la lingua: cominciamo a parlare e a ragionare in friulano. Il suo è un saggio e fraterno riflettere ad alta voce (a volte tonante, a volte tenue e vellutata persino): «Io, sempre in giro per il mondo, tra mille avventure, ho ritrovato la mia lingua grazie allo ‘Strolic’, a Bonutti e al suo caparbio progetto su Zorutti. Gli sarò sempre grato, perché ‘cun Siôr Pieri o soi un pôc tornât a cjase’».
Il successo del progetto-concerto era stato e rimane grande, così come l’affetto del pubblico friulano per questo suo grande figlio.

Prosegue il nostro guerriero della parola: «Ti dirò: di Zorutti non sapevo poi molto, qualche verso lontano, tempo lontani. Ma dopo aver letto i 12 mesi dello ‘Strolic’, d’improvviso mi sono trovato nel mio Friuli di bambino. Sono tornato ai tempi giusti, al passo della natura, delle stagioni, alla civiltà contadina, alla mia infanzia, al mio modo particolare di imparare e parlare la lingua da friulano triestino». Il motivo di questo strano idioma è presto spiegato: «Mio padre fu chiamato a lavorare in Ferrovia a Trieste, e li abitò assieme alla mamma. Ma lei, quando stavo per nascere, volle tornare in Friuli, da sua sorella a Blessano. Rimasi tra Blessano e Orsaria, dove ci eravamo rifugiati a causa della guerra, per 7 anni, respirando, dormendo, mangiando e parlando in friulano. Una stagione in ogni caso straordinaria per me. E ti rivelo che le prime cose che ho imparato erano parolacce, anche qualche bestemmia, ascoltate nella ‘scuola’ dell’osteria che sul muro recava la scritta Coloniali: ci andavo a comperare mezzo sigaro o un paio di sigarette per il nonno. In quegli anni di soldi non ce n’erano, per nessuno».

Omero ha recitato in tante lingue, «ma la mia lingua vera è quella del cuore, è quella dei miei vecchi. Lasciami aggiungere però un importante ricordo di quando lavoravo al Crda di Trieste, dove, in qualità di perito industriale, ero responsabile di 70 operai: i dirigenti, cui non era sfuggito il mio parlare un po’ in friulano e un po’ in triestino, mi dissero di curare il mio italiano. Così andai al Teatro Nuovo: lo avevano costruito gli americani, oggi non c’è più. Lì insegnavano recitazione, canto, balletto, storia del teatro. Scelsi recitazione a andai anche in scena, sotto la regia di un certo Tolusso. Mi vide Squarzina e così cominciò tutto. Ma vuoi sapere una cosa simpatica? Avevo imparato a parlare in un italiano perfetto e mi davano parti in dialetto, dal sardo all’emiliano! Ora posso dire, con orgoglio, che, grazie a Zorutti, ci posso aggiungere il friulano. Il mio friulano, si sappia, è un parlare con gratitudine: verso Zorutti, un poeta legato alla gente e alla terra come Sbarbaro, ma anche verso Pasolini, che ha portato in alto la ‘marilenghe’ nei meravigliosi ‘Turcs tal Friùl’: ci si commuove sempre a leggerli». Certo che Zorutti e Pasolini restano due mondi opposti, eppure Antonutti non la pensava così: «Non mi interessa questo discorso, mi interessa invece che la lingua sia viva, parlata, perché rappresenta l’anima di un popolo».
Chi è sempre in giro per il mondo, quando torna a casa, vede la propria terra con un occhio diverso. E Omero: «Ogni volta che ritorno, quello che vedo non è il Friuli che vorrei: va troppo veloce, rincorre la globalizzazione, come si vergognasse di far vedere da dove viene. Invece, io credo che la lingua sia la bussola, che da essa parta la riscoperta delle radici, di una identità e di un tempo giusti. I versi di vita di Siôr Pieri hanno confermato questa mia passione per un Friuli altro, che non è un luogo dove trovare riparo, bensì un luogo dal quale partire forti e sicuri perché abbiamo dietro e dentro di noi il senso del fogliar, della famiglia, dell’aria, del paese. Poi si va in giro per il mondo, ma senza paura, senza dimenticarsi da dove si è partiti, dal punto al quale, come nel cerchio della vita, si deve anche tornare. La lingua è una casa, la lingua siamo noi».

E il sole tramontò sopra la nostra giornata di una friulanità orgogliosamente ritrovata e amata più di prima. Quel giorno ci rimase a lungo nella memoria. Me lo ricordò in occasione del nostro ultimo incontro, nell’aprile del 2017 al teatro Bon di Colugna, una volta sceso da quel palcoscenico sul quale aveva raccontato da par suo – in una pièce di Marco Maria Tosolini – la storia di un altro grande figlio di questa terra: Luigi Bon. Con un tajut ristoratore in mano e con accanto la sua principessa Graziella, il guerriero Omero, senza bisogno di tante parole, mi disse: «Mi sento a casa». Era scritto nel libro del destino. “Par furlan”.

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In copertina, Omero Antonutti  in una foto del libretto di “Strolic” (qui sopra), il progetto in lingua friulana che lo ha tanto appassionato.

 

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