di Giuseppe Longo

C’era una volta la Chiesa di Santo Stefano, in Centa. Di solito, sono le favole a cominciare così. Ma quella di cui sto per occuparmi è invece una storia vera, triste purtroppo. Non solo per quello che il luogo sacro ha rappresentato per la comunità cristiana di Nimis – per quanti cioè, come me, vi hanno ricevuto il Battesimo e, crescendo, sono stati confermati nella Fede attraverso la Cresima, quando ancora l’arcivescovo dava quel caratteristico “buffetto” sulla guancia sinistra pronunciando il rituale “Pax tecum” -, ma anche per il patrimonio artistico che è andato irrimediabilmente perduto. E nel quale emergeva con forza l’opera più imponente e meravigliosa realizzata da Tita Gori, il pittore che Nimis ricorda a un secolo e mezzo dalla nascita.
Ed è proprio su questa Chiesa, l’amata comparrocchiale, abbattuta dalla pala meccanica dopo il terremoto del 1976 – indimenticabile l’immagine della torre aperta in due per il crollo delle tre campane -, che oggi desidero soffermarmi, concludendo così il breve ciclo di articoli che, su questo sito, ho dedicato all’artista di Nimis, e alle sue opere locali e non, a corollario delle iniziative messe in programma dall’amministrazione comunale attraverso il progetto “Tita Gori 150”. “Esplosivo, caterpillar e ruspa fecero sparire in breve campanile e Chiesa, senza nulla risparmiare, nulla salvare; non rimase che lo spiazzo di quella che fu la “centa” di Nimis, ove sorgeva una volta la Chiesa che per secoli era stata al centro della vita e della storia del paese”, scriveva severamente monsignor Pietro Bertolla – illustre studioso morto in India e che ha lasciato al suo paese una monumentale “Storia di Nimis” – in un prezioso volumetto che volle dedicare dopo il sisma, era il 1978, proprio alla Chiesa di Santo Stefano, per “tramandarne la memoria alle più lontane generazioni”.

Tita Gori (Nimis, 1870-1941)

“D’un tratto, complice è ovvio il terremoto che sconvolse mezzo Friuli – osservavo con rammarico nel 1993 nella premessa al libro “Tita Gori e i Giardini del Paradiso”, di Licio Damiani (con la prefazione di Gian Carlo Menis) stampato dal Comune di Nimis ricorrendo mezzo secolo dalla scomparsa del pittore -, si è perso così un patrimonio inestimabile, per la salvezza del quale tanto si era prodigata una figlia dell’artista, la compianta Lucia, unitamente al consorte senatore Tiziano Tessitori, il quale il 21 novembre 1971 aveva avuto assicurazione dalla Direzione generale delle antichità e belle arti che l’anno successivo il Ministero si sarebbe interessato per una perizia di spesa per le opere di restauro necessarie a ridare funzionalità alla Chiesa. La comparrocchiale, per motivi di stabilità e sicurezza che fecero discutere, era infatti chiusa al culto dal 7 ottobre 1968″. “Il giorno antecedente, prima domenica di ottobre – annotava ancora il sacerdote-storico -, vennero cantati i Vesperi solenni della festa della Beata Vergine del Rosario. Questo canto fu sentito come un addio alla Chiesa che per secoli era stata centro e focolare della vita cristiana del paese”. E così purtroppo fu. Damiani, a tal proposito, parla di una perdita che si “sarebbe potuta evitare” e Menis, riferendosi proprio agli affreschi di Tita Gori andati perduti, rincara affermando che sono stati “purtroppo insipientemente distrutti”. Ma questa è storia esattamente di 44 anni fa che rievoca una vicenda dolorosa “figlia” di quel tempo, di un momento particolare, difficile, alimentato dalla paura – la stessa che ci ha improvvisamente risvegliato la forte scossa di venerdì mattina -, tanto che ogni possibile fonte di pericolo dovesse essere quanto prima eliminata. E così a farne le spese fu proprio la Chiesa di Centa.

Un particolare del soffitto.

Tita Gori cominciò la monumentale opera, coronando il suo trionfo come artista, in Santo Stefano nel 1911 che completò dopo alcuni anni di intenso lavoro. “Vi raffigurò – scrive Licio Damiani – l’apoteosi di alcuni dei principali dogmi della religione cattolica, commentati da un tripudio festoso e policromo di angeli, di lontana influenza tiepolesca. Il ciclo era stato suddiviso in due campi: quello delle navate, convergente nella finta cupola, e quello dell’abside e delle cappelle laterali”. Il vasto ciclo pittorico fu completato agli inizi del 1914, alla vigilia della Grande Guerra. “Offriva – aggiunge il critico udinese – una varietà di spunti, di motivi, di colori, una ricchezza caleidoscopica di immagini orchestrate con virtuosismo, in un aprirsi e vorticare di finestrelle policrome, di ‘palcoscenici’ multipli, sottesi da un saettare di membrature, commentati da tripudi di trombe celestiali. La sensazione era di una gioiosa estasi figurativa”. All’interno della quale faceva una magnifica figura il maestoso altare del Meyring, trasferito giusto in tempo nella nuova comparrocchiale, il Duomo di Santo Stefano, pochi anni prima del sisma. E oggi è l’unico ricordo della Chiesa di Centa. Almeno questo, per fortuna, è salvo e potrà essere ammirato nei secoli.
(6 – fine)

L’altare del Meyring, oggi in Duomo.

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In copertina, l’abside affrescato da Tita Gori nella Chiesa di Centa.

(Fotografie di Bruno Fabretti)

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