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di Giuseppe Longo

“A fulgure et tempestate libera nos Domine”: è una delle principali e più conosciute invocazioni che si levano – o meglio, ancora, si levavano – anche nei campi di Nimis in occasione delle annuali rogazioni, le antiche processioni tra prati e vigneti, diffuse in tutto il Friuli, che avevano motivazione propiziatoria al fine di invocare l’abbondanza e la bontà dei raccolti nelle campagne. Oggi la Chiesa celebra la ricorrenza di San Marco, uno dei quattro Evangelisti, e la messa di stamane in Duomo è stata seguita proprio dalla rogazione con la benedizione ai “quattro angoli”.


Un rito, quello della “rogazione maggiore” – e quindi sempre il 25 aprile, anche se giorno feriale -, lodevolmente ripreso da diversi anni da monsignor Rizieri De Tina e che registra sempre una significativa e incoraggiante partecipazione. Ma che soltanto ricorda quelle che si facevano un tempo e che rivivo con simpatia: ragazzino, partecipavo infatti, vestito da chierichetto, alle processioni campestri guidate dal defunto arciprete Eugenio Lovo. Si cominciava appunto con la rogazione maggiore di San Marco, alla quale seguivano nelle settimane successive, ma precedenti all’Ascensione, le due minori. Tutte cominciavano di buon mattino, alle 6 – quindi ben prima di andare a scuola dall’indimenticabile maestro Dialmo Tomada -, e dall’amata Chiesa di Centa si snodavano per le campagne: la prima, però, aveva un percorso più “solenne”, perché collegava le due Comparrocchiali, quella di Santo Stefano, appunto, e quella dei Santi Gervasio e Protasio, titolare dell’antica Pieve di Nimis. Le altre due, invece, si dirigevano rispettivamente verso Borgo Valle, con attraversamento del Cornappo e discesa verso Borgo Cecchin; e tra i campi di granoturco e di viti in Borgo Molmentet. Tutte cominciavano con il canto cadenzato delle “Litanie dei Santi”e durante il lungo cammino osservano delle soste, nelle quali il sacerdote intonava la citata invocazione, ma anche altre come: “A peste, fame et bello” (attualissima col virus che ancora ci opprime) e “A flagellum terrae motus”: a tutte i partecipanti rispondevano appunto con “Libera nos Domine”. Mentre ad altre suppliche aggiungevano “Te rogamus, audi nos” e “Miserere nobis”. E al termine il celebrante con l’acqua benedetta aspergeva le campagne ancora bagnate di rugiada.
Dopo anni di declino, dovuti anche alla scarsa partecipazione (peraltro, già prima dell’introduzione, una cinquantina d’anni fa, dei razzi antigrandine, mezzo di difesa dei vigneti poi abbandonato per la sua dubbia efficacia), alla felice ripresa della tradizione si è conservata soltanto una di queste processioni, quella appunto di San Marco, adottando però un percorso nuovo, dal Duomo al Santuario di Madonna delle Pianelle. Una bella consuetudine, che piace e che merita d’essere conservata e tramandata.

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In copertina e all’interno le Comparrocchiali di Santo Stefano e dei Santi Gervasio e Protasio, in due vecchie fotografie di Bruno Fabretti; infine, una recente rogazione dal Duomo alle Pianelle.

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