di Giuseppe Longo

A Nimis anche la Domenica in Albis regalerà dall’antica Pieve la Messa in streaming. Così, domani, dopo la felice esperienza del giorno di Pasqua, monsignor Rizieri De Tina celebrerà il rito che sarà trasmesso a partire dalle 11 sul Gruppo “Chei di Nimis”. L’iniziativa di domenica scorsa, proposta per la Festa della Resurrezione, aveva suscitato infatti molti apprezzamenti, testimoniati proprio dai like e dai messaggi lasciati su Facebook, tanto da far presumere che la Messa sia stata seguita su computer, tablet e smartphone (anche dall’estero) attraverso i “social” da molte di più delle persone che avrebbero frequentato la Chiesa se non ci fosse stato il divieto di celebrare funzioni pubbliche. Per cui si ha motivo di ritenere che fino a quando perdurerà la imposizione governativa – che tutti auspicano venga quanto prima allentata – ogni domenica la Messa, allo stesso orario, sarà trasmessa con questo innovativo sistema, per la regia di Claudio Marchiondelli.

La caratteristica facciata della Pieve.


Una lodevole iniziativa, dunque, non solo del parroco ma anche dei suoi collaboratori, che torna a mettere al centro la splendida Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, ultimamente molto rivalutata nelle sue funzioni. Infatti, la vetusta Matrice, titolare della Pieve – comparrocchiale dapprima con la Chiesa di Centa, purtroppo demolita dopo il terremoto del 1976, e oggi con il Duomo di Santo Stefano -, vedeva soltanto la celebrazione dei riti più solenni, oltre alla tradizionale Messa vespertina della domenica in lingua friulana. Un gioiello di arte e di storia che affonda le sue radici, come indica il segnale giallo posto all’esterno, nel VI secolo dell’era cristiana, in epoca longobarda. Si trattava di un semplice tempietto, ad aula unica, quando il paese si chiamava ancora “Nemas”. Diverse le fasi edificatorie che hanno portato la Chiesa a raggiungere le attuali dimensioni e ad aggiungere la possente torre campanaria che, nel restauro richiesto appunto dal sisma di 44 anni fa, fu riportata all’aspetto iniziale, riaprendo le antiche, pregevoli bifore portate alla luce proprio dalle scosse telluriche. Il campanile era stato infatti innalzato, sebbene si trovasse sulla collina di Ariba – antico nome della borgata –, quindi in una buona posizione per la diffusione del suono dei sacri bronzi.

La Chiesa vista da casa Gori…


La Chiesa esprime più stili, fondendo quello romanico con quello gotico, la cui evidenza si nota soprattutto negli archi, a sesto tondo e acuto, affrescati, i secondi, come il presbiterio, agli inizi del secolo scorso da Tita Gori, l’artista che viveva proprio di fronte alla Pieve. La quale fu oggetto di un generale rimaneggiamento nei primi anni Sessanta, quando il cardinale Ildebrando Antoniutti – innalzato alla dignità della porpora da Giovanni XXIII e del quale si parlò molto durante il Conclave del 1962 che, dopo Papa Roncalli, elesse Paolo VI – promosse un grande restauro al fine di riportare l’aula a tre navate alla sobrietà originaria. Fu pertanto eliminato l’altare con le statue dei Santi Patroni ritenuto poco consono alle linee architettoniche, sostituendolo con una semplice mensa eucaristica, come richiesto dalle recentissime disposizioni conciliari. E al posto dell’affresco con il Trionfo dell’Agnello fu realizzato dagli artisti di Spilimbergo, su disegno di Fred Pittino, il grande mosaico che accanto alla Madonna con Bambino in trono vede San Giovanni Battista, i martiri Gervasio e Protasio,  e le Sante Lucia e Apollonia. Durante quei lavori furono condotti anche approfonditi scavi archeologici che consentirono di chiarire il passato della Chiesa e di rinvenire un Battistero per immersione che ancora oggi è visibile, protetto da una vetrata. Poco dopo, il Comune provvide a radicale revisione esterna, eliminando vecchie casette e rustici fatiscenti, con la realizzazione di una piazza atta a valorizzare il Monumento nazionale. Solo pochi anni fa l’area è stata nuovamente rimaneggiata portandola all’aspetto attuale. Nel 1974, ai piedi dell’altare, fu sepolto lo stesso Antoniutti e due anni dopo sopraggiunse il terremoto che provocò gravi ma, per fortuna, non irreparabili danni, tanto che fu necessaria una generale opera di consolidamento e di nuovi restauri alla Chiesa e alla torre millenaria che alla fine, come detto, risultò abbassata di una cella. Da quelle campane, solenni e festose, giunse già nel Natale del 1978 un messaggio di speranza per una rapida ricostruzione post-sismica – questa infatti fu una delle prime Chiese a essere riaperte al culto nel Friuli terremotato -. E oggi ci augurano che pure questa emergenza verrà superata.

… e da piazza Cardinale Antoniutti.

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In copertina, San Michele Arcangelo, uno degli affreschi più antichi.

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