di Giuseppe Longo

Cent’anni fa nasceva ad Artegna Mario Micossi, l’indimenticato pittore che ci ha lasciato tante opere meravigliose e inconfondibili, legate anche al terremoto che devastò il Friuli, e la sua casa, mezzo secolo fa e che ci apprestiamo a commemorare con molte e importanti iniziative in tutti i Comuni colpiti dalla furia dell'”Orcolat”. E una di queste è “Terrae motus” che verrà aperta ufficialmente proprio oggi nello spazio espositivo della Fondazione Friuli in via Gemona, 3, a Udine, a cura del Centro friulano arti plastiche presieduto da Bernardino Pittino. L’inaugurazione si terrà alle ore 17.30 con la presentazione di Gianfranco Ellero, che ha reso omaggio all’artista scomparso poco più di vent’anni fa anche attraverso uno scritto, bellissimo, riportato sul pieghevole che annuncia la rassegna. Ricordiamo che l’esposizione sarà visitabile fino al 17 maggio prossimo durante questi orari: venerdì 16.3-19.30; sabato e domenica 10-12.30 / 16.30-19.30 (e-mail: info@mariomicossi.it).


«Per rendere omaggio a Mario Micossi (1926-2005) nel centenario della nascita, che coincide con il cinquantesimo del terremoto, per la prima volta, nella Galleria della Fondazione Friuli, vengono esposte le opere, per lo più inedite, ispirate da quel tragico evento», esordisce Gianfranco Ellero, che poi prosegue:  «Potrebbe sembrare una tecnica poco adatta, l’acquatinta, con la delicatezza dei suoi “granulati”, alla rappresentazione di città o paesi distrutti da un terremoto; ma poi, sfogliando il libro della Storia dell’arte, si scopre, ad esempio, che il grande Goya, nel 1799, adoperò l’acquatinta per rappresentare “El sueño de la razón” (Il sonno della ragione), e allora si capisce che con questa faticosa tecnica si può comporre qualsiasi figurazione. Era partito pittore per gli States sul finire degli anni Cinquanta del secolo scorso, l’artista di Artegna, ma era ritornato incisore, ed era rimasto poi fedele all’acquatinta, una tecnica pittorica, spesso complementare dell’acquaforte, che consente la moltiplicazione dei piani di luce anche in corso d’opera (replicando la granulosità su determinate aree della lastra di zinco): un esito essenziale per un paesaggista, che aveva interpretato a suo modo vedute di città e paesaggi in Europa, America e Asia, misurandosi con luci di varia intensità e inclinazione».
«I suoi paesaggi – annota ancora il professore sulla locandina del Cfap – si distinguono per due, all’apparenza inconciliabili, caratteri: l’immediata riconoscibilità e l’alterazione delle proporzioni fra gli oggetti della composizione. Appaiono, quindi, realistici ma di fatto sono surrealistici. Dopo il 6 maggio 1976 era il paesaggio del Friuli che aveva assunto forme surreali, favorendo e accentuando la naturale inclinazione dell’artista: le montagne graffiate dalla “Gjate marangule”, che talvolta, come a Braulìns e a Portis, avevano abortito enormi massi, sovrastavano castelli, chiese, case e fabbriche sbriciolate dall’”Orcolat”. La realtà aveva superato anche la fantasia dell’artista, che poteva davvero limitarsi a riprodurre il visibile. Ma talvolta, facendo ricorso a un suo stilema già collaudato molti anni prima del terremoto – si pensi ai vescovi longobardi librati al di sopra del profilo delle Alpi Giulie – l’artista ha integrato la base della composizione con misteriose “visioni” che occupano il cielo, e conferiscono all’opera due significati: in basso il passato prossimo, ovvero la distruzione operata dal terremoto; in alto il futuro, ovvero il monito inquietante sul possibile ritorno dell’”Orcolat”».
«Poi, con il passare dei giorni e dei mesi, il cuore dell’artista – si avvia alla conclusione Gianfranco Ellero – si commuove davanti alle scene della sopravvivenza e della continuità della vita. Riappaiono allora la maternità e i nudi femminili in vagoni ferroviari trasformati in case provvisorie, che dai finestrini, quadro nel quadro secondo la tradizione rinascimentale italiana, lasciano apparire gli oggetti più duraturi e caratterizzanti del nostro paesaggio: le Alpi orientali e il Tagliamento. Che cosa c’è di più surrealistico di un vagone senza rotaie accanto a una chiesetta votiva in aperta campagna? Accostando due riconoscibili “oggetti” per loro natura distanti, Micossi ha sinteticamente rappresentato il senso di un tempo irripetibile».

Mario Micossi

Note biograficheMario Micossi (Artegna 1926 – Gemona 2005), pittore e incisore. Dopo un’infanzia serena, durante gli anni difficili della Seconda guerra mondiale fu temprato dalla convinta e precoce esperienza partigiana nella “Osoppo” e dalla conseguente cattura e durissima prigionia in un campo di concentramento nazista nel Salisburghese. Dopo gli studi al Liceo scientifico “Bertoni” di Udine, nel 1947 decise di trasferirsi a Roma, dove trovò un impiego all’Ufficio passaporti della Trans World Air Lines e frequentò i corsi dell’Accademia. Nel 1957, decise di inviare venticinque disegni alla prestigiosa rivista “The New Yorker”, e in risposta ricevette un assegno con l’invito a inviarne altri. Fu la sua consacrazione artistica. Nel 1960 a New York, dopo un incontro con Emiliano Sorini, lo stampatore di Manzù, iniziò a praticare l’incisione, nella quale si sarebbe poi affermato come grande Maestro. Ai soggiorni newyorkesi affiancò viaggi in tutto il mondo. Il terremoto che sconvolse il Friuli nel 1976 colpì pesantemente Artegna, e anche la sua casa. Per oltre dieci anni l’Artista si dedicò senza tregua alla sua ricostruzione, ripristinando fedelmente ogni elemento architettonico dell’ottocentesca dimora di famiglia. Nell’agosto del ’76 illustrò in un’intervista ai lettori del “The New Yorker” il senso della friulanità e l’entità dei danni causati dal terremoto. Fatto, questo, che mosse verso il Friuli la solidarietà di grandi artisti americani (da Carl Andre a De Kooning, a Lichtenstein …) i quali donarono opere oggi in prestigiosa collezione nella Galleria d’Arte Moderna di Udine. Amava molto le montagne, le Alpi Giulie e le Dolomiti prima ancora delle vette himalayane. Le frequentava non soltanto per alpinismo, ma anche per vedere e ritrarre nuovi paesaggi. È presente nelle collezioni permanenti dell’Albertina di Vienna, della Yale University, del Fogg Museum at Harvard University, del Boston Museum of Fine Arts, del Chicago Art Institute, della City Library in New York, del Philadelphia Museum of Art, del Brooklyn Museum, del Montreal Museum of Fine Arts, dello Stockholm National Museum, della Stuttgart Staats Galerie, del Worcester Museum of Art, della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e di altre collezioni pubbliche e private.

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In copertina, “Gemona, night may 6 76” – Prova d’artista; all’interno, “Paesaggio friulano con Monte Cavallo” – Prova d’artista – 1977. Qui sopra, Casa Micossi ad Artegna.

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